DiavoloRosso

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In breve

DIAVOLO ROSSO di Asti è una associazione senza scopo di lucro che offre spettacolo, arti e cultura stando sul mercato e destinando gli utili a nuove attività e a progetti di solidarietà

Ti sembra che faccia rock per caso, Paolo Zanardi (vero cognome Iaffaldano). Anzi: per spasmo, per un riflesso involontario e liberatorio. Da attore in libera uscita. L’impostazione rugginosa, i testi come gomitate nel vuoto pneumatico delle periferie o sputi nel calderone della quotidiana ingiustizia. Più facile immaginarlo su un palcoscenico, come un teatrante off dal piglio amaro, l’espressività brusca, l’enfasi spigolosa del narrare. Non è certo un caso, semmai per quel volto che sembra disegnato dall’adorato Andrea Pazienza (capito da dove viene lo pseudonimo?), se Antonio Rezza ha scorto in lui uno spirito affine, accogliendolo nella cerchia di amici e tra le spire beffarde e laceranti del suo show.
Tuttavia, pur con tutte le deviazioni che si concede, Zanardi è un rocker. Per quanto assolva il compito con quel filo di sdegno, col livore maldigerito di chi ha già esaurito tutti i tentativi per farsi amare dalla vita, segue il demone elettrico fin da quando – bambinello – iniziò a strimpellare la chitarra. Un’ossessione sfaccettata e tentacolare che negli anni lo ha visto amare tanto e di tutto: Piero Ciampi e i Joy Division, CCCP e Tom Waits, Roberto Murolo e Dirty Three, Debussy e la new wave italiana. Tra le altre cose.
Siccome è nato a Monopoli nel ’68, aveva giusto trent’anni quando i Borgo Pirano, band da lui fondata nel ’94, vinsero il premio Città di Recanati. Non erano nuovi a soddisfazioni del genere, visto il Premio Ciampi del ’96 quale migliore nuova band e le affermazioni ad Arezzo Wave e Rock Targato Italia nel ’97. Come spesso accade però, non furono motivi sufficienti a far stare in piedi la band, che cessò di esistere quando Paolo decise di trasferirsi a Roma. Poteva assomigliare alla morte di un sogno rock, come ne accadono tutti i giorni ad ogni latitudine. Ma vuoi mettere risorgere?
Nella capitale infatti si aprirono nuove strade. Storte e trasversali, e non poteva essere altrimenti. Obbediente al proprio amore per il cinema, Paolo si mise a comporre colonne sonore per cortometraggi, attività che lo vide affiancato da Giorgio Spada, già tastierista dei Pirano e suo fido produttore. Altra liaison destinata a durare fu quella avviata con Remo Remotti, poliedrico artista romano (attore – per Moretti e i Taviani tra gli altri – nonché scrittore, scultore, pittore, poeta, umorista…) assieme al quale prese ad esibirsi regolarmente nel milieu capitolino, inscenando una sorta di cabaret a base di reading sonori che darà vita ad un disco, Remo Remotti Canottiere (Concertone-Edel, 2005).
Il 2005, già. L’anno cruciale. Coadiuvato dagli stessi musicisti di sempre, in pratica i Borgo Pirano resuscitati in incognito (oltre a Spada, che produce e si occupa delle tastiere, il batterista Maurizio Indolfi ed il bassista/chitarrista Luciano D’Arienzo), Zanardi debutta con un album che sembra un ricettacolo di tutto il suo vissuto artistico e non: Portami a fare un giro (Olivia records / Venus, 2005) è una parata di teatrini cinici e taglienti che procede a suon di beat acido, smanie pop, impertinenze balcaniche, jazzitudine stralunata e indignazione folk. Una prova autorevole, ricca di spunti, coraggiosa. Difatti, il disco ottiene lusinghiere recensioni, ma le radiolone nazionali – quelle che controllano il rubinetto delle (scarse) vendite – sembrano piuttosto distratte e il sasso sprofonda nello stagno senza che le acque si smuovano troppo. Nulla di cui stupirsi. Andare avanti. Senza smettere di bazzicare i club con Remotti, di spicciare musica per il cinema. In attesa di qualcosa, una breccia nel carrozzone, per vomitarci quello che non si può trattenere. Una specie di resurrezione. Difficile, forse impossibile. Ma: vuoi mettere?

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